Genitori e figli la fatica di parlare e di essere ascoltati.
La comunicazione è l’elemento primario nella relazione.
Pronunciare parole che non vengono ascoltate e comprese genera frustrazione, paura e solitudine.
Succede ogni giorno, in ogni momento, a ciascuno di noi di sentirci così: il capoufficio che ignora le nostre richieste, i partner che non fanno quanto abbiamo chiesto che venisse fatto, i genitori che, ormai anziani, invece che ascoltarci ci «buttano addosso» richieste e pretese che spesso, per mancanza di energia o di tempo, non siamo in grado di soddisfare.
E poi ci sono i figli.
Con loro non solo possiamo trovarci nella situazione di chiedere, richiedere, dire, ordinare, pretendere, ma anche e soprattutto nella condizione di non essere ascoltati. Così a quella richiesta ignorata del capoufficio, dal partner, dai genitori si somma a quella dei figli che piccoli o grandi mettono duramente alla prova la pazienza.
Parlare con i figli non è sempre facile.
Ci sono genitori:
- soddisfatti dalla relazione aperta costruita con loro, salvo poi scoprire che non in realtà non conoscono (come è giusto che sia) tutto quello che fa parte della loro viva e rimanerne feriti
- altri che lamentano una incomunicabilità di fondo, descrivendo situazioni in cui il bambino o l'adolescente sono incontrollabili, non ascoltano, non obbediscono, non fanno nulla di ciò che viene richiesto loro di fare.
Da cosa partire allora per migliore comunicazione?
Una buona partenza è vedere la situazione da un diverso punto di vista: quella dell’interlocutore, in questo caso il figlio o la figlia.
Mettersi nei suoi panni, provare le emozioni che probabilmente prova lui, e poiché è diverso il modo di relazionarsi con un bambino della scuola primaria rispetto a un’adolescenze, incominceremo a «ragionare» sulla modalità più efficace da usare con i piccoli.
Essere bambini non significa non provare le cose dei «grandi». Le emozioni, sebbene vissute per ragioni diverse e con intensità diversa, sono le stesse. Per questo mettersi «nei loro panni» durante una conversazione è importante.
Immaginiamo di essere un bambino in un negozio di giocattoli, siamo entrati dicendogli che ha diritto a comperarne solo uno, che non costi troppo e che non sia uguale a quelli che ha già.
Se siamo fortunati la situazione si risolve soddisfacendo le nostre aspettative. Se non lo siamo presto, la situazione, può diventare stressogena per tutti: il bambino non si decide, sceglie un gioco superiore al budget, sceglie la stessa macchinina comperata il giorno prima.
In che modo è possibile avviare una comunicazione utile? Osservando la situazione dal suo punto di vista.
Immaginiamo di voler comprare una macchina. Abbiamo un budget, e un modello in mente. Entriamo dal rivenditore e andiamo dritti a chiedere informazioni sull’auto che ci interessa. Nel salone però ce ne sono altre: modelli che visti sulla carta sembravano «brutti» ma che ora ci attraggono, colori che avevamo deciso di non tenere in considerazione, perché abbiamo già avuto una macchina gialla, ma adesso, ci sembra bellissimo, e i costi!
È vero, abbiamo un budget, ma con qualche sacrifico in più come una cena in meno, una vacanza più modesta, potremmo farcela ed ecco che la nostra decisione è presa, siamo felici della scelta fatta, ma qualcuno ci dice: «No!» per le seguenti ragioni: i patti erano che avresti comprato una macchina in particolare, che non avresti considerato il colore della vecchia e che non avrebbe dovuto superare un prezzo.
Razionalmente il discorso del nostro interlocutore non farebbe una grinza, tuttavia l’emozione che scatenerebbe, non sarebbe certo quella di riconoscenza. I bambini in situazioni analoghe, non riescono a reagire con razionalità e «giudizio», aiutarli vuol dire comprenderne la rabbia e la frustrazione, viverle insieme e dare un senso alla scelta che imponiamo.
Se la difficoltà sta nello scegliere un gioco rispetto a un altro invece che sommergerlo di frasi del tipo: «ti avevo detto che avremmo comprato solo uno; non riesci mai deciderti! la prossima volta non ti porto più; sei il solito incontentabile prepotente e capriccioso» sarebbe meglio comunicare di aver compreso la sua difficoltà: «sai che è davvero difficile scegliere tra tanti giocattoli, ma possiamo farlo insieme. Con quale ti piacerebbe giocare di più?» e se la situazione non migliora, con dolcezza ma determinazione continuare «capisco che sei arrabbiato, ma non voglio comprare due giocattoli, ne puoi scegliere solo uno».
Se invece il problema è il costo occorre considerare che per un bambino il valore del denaro non è così concreto come ci immaginiamo che sia. Delle nostre difficoltà economiche, del budget e simili non gli importa.
Caricarlo di responsabilità con frasi del tipo: «abbiamo avuto troppe spese, ti ho già comprato un giocattolo ieri, ci sono bambini che si accontentano e hanno meno di te» non serve a nulla, se non a irritare maggiormente.
Rispetto invece al discorso del: questo gioco è uguale a quello che già hai, personalmente lo trovo ingiusto, pretenzioso e poco rispettoso del bambino.
Intanto quello che per noi è «uguale» a qualcos’altro potrebbe non esserlo per lui, inoltre conosco mamme e papà che comprano camice uguali (stesso colore e stessa forma), maglie uguali, scarpe uguali, rossetti uguali, senza che nessuno imponga loro di cambiare qualcosa.
Una volta, ho suggerito a una mamma, che conoscevo da molti anni, di cambiare la sua pettinatura (non lo faceva da almeno 5 anni). Reagì malissimo e mi rispose: «a me piace questa», indicai l’ennesima macchinina che il figlio voleva comperare e le dissi che forse anche per lui era così.
Se la comunicazione non funziona, con i bambini come con gli adulti, è importante chiedersi cosa di ciò che abbiamo detto non ha funzionato e prendere almeno in considerazione la possibilità che il nostro punto di vista, non sia il solo ad avere importanza.

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