S come sculacciate e il rischio di apprendere che, per ridare equilibrio a una situazione, occorra «sculacciare».

I nostalgici di una infanzia vissuta in modo irrealistico (poiché pensare che si possa apprendere e imparare attraverso il dolore non è proprio funzionale) usano spesso frasi quali: «Sono cresciut* a suon di sberle e non sono cresciut* male» e ancora: «se avessero un genitore che desse loro qualche schiaffone, non sarebbero maleducati come sono». 

Viene spontaneo allora pensare che lo schiaffo e la punizione, usati come mezzo educativo, sia stato, nel pensiero dell'adulto che li ha usati, un modo per dire al bambino che ciò che sta facendo o dicendo era «sbagliato». 

Gli esempi di interventi «educativi» sono tanti:

- la reazione genitoriale davanti a un brutto voto;

- la disattenzione scolastica che si tenta di poter sanzionare con una nota;

- non aver studiato o eseguito un compito;

- aver rotto il gioco del compagno;

- aver mancato di rispetto a qualcuno della famiglia

… e tanti altri. 

Secondo il vocabolario la punizione è: un atto che provoca sofferenza, inteso a correggere una persona o a farle espiare il male commesso. 

Non esistono significati più blandi. 

Lo schiaffo, ma anche l'impedimento all'uso del game-boy un tempo, del cellulare oggi, provocano sofferenza, quindi si dovrebbe partire dall'assunto che un genitore, un nonno, un educatore crede di poter educare attraverso il dolore fisico o psichico mostrando così il modo «giusto» di comportarsi. 

Il bambino che riceve una sculacciata o una punizione di altro tipo, apprenderà così che un modo per ridare equilibrio a una situazione (quando qualcuno mi romperà qualcosa) sarà picchiando o castigando. 

Per i piccoli, gli adulti, sono dei modelli.

Persone da cui trarre informazioni su come sia giusto comportarsi e su quali concessioni siano considerate socialmente accettabili. 

Essere puniti genera dolore, rabbia e frustrazione.

Provoca vissuti emotivi che possono condizionare la percezione di Sè, indebolire l'autostima in un periodo in cui andrebbe invece valorizzata.  

Se per comunicare con un bambino di fronte a un comportamento scorretto, useremo urla e punizioni, penseranno che sia quello l'unico modo per stare con chi non fa ciò che riteniamo giusto faccia e reitererà comportamenti simili anche in futuro. 

L'altro aspetto negativo di una punizione sta nel fatto che «ci si abitua» al dolore e alla frustrazione e si cercano modi per «uscirne» attraverso l'indifferenza, la rabbia, la provocazione. 

Resta fermo il punto che i bambini vanno educati. 

Occorre insegnare loro cosa è giusto fare e cosa, se fatto, provoca delle conseguenze. Le punizioni quindi non dovrebbero essere usate con leggerezza e quotidianamente.

Se un bambino si comporta in modo così irritante e distruttivo da dover agire ogni giorno una punizione, non è più un problema educativo, ma un problema relazionale. 

Punire di fronte a comportamenti gravi e seri, tenendo però conto dell'età, dell'intenzionalità e di cosa, attraverso quel comportamento voleva comunicarci, ha un senso solamente se la punizione è breve, immediata e chiaramente spiegata. 

Punirlo oggi per quello che ha fatto a scuola ieri, non ha alcun senso.

Aspettare l'arrivo dei genitori: «Lo racconterò alla mamma, così si arrabbierà e ti punirà» è ancora peggio.

Fare note perché non «sei attento a scuola», al massimo invia al bambino il messaggio del: io adulto non so relazionarmi con te bambino e per riuscire a farti rispettare le mie regole, ho bisogno di un altro adulto che interagisca con te.

Ricordiamo che i bambini, se piccoli, non riescono a collegare causa-effetto e la scoperta del mondo o la difficoltà di capire le emozioni che stanno dietro i loro comportamenti li spinge a fare cose che da adulti vediamo come da punire ma che per loro sono solo azioni.

Dire: «guarda quello che hai fatto! Cattivo!» a un bambino sotto i 6 anni, non ha senso.

Il contesto entro il quale si decide di intervenire per educare può fare la differenza. Mortificarlo di fronte ad altri o in un luogo che lo spaventi, non solo non è educativo, ma crudele.

Punire inoltre è un rinforzo negativo.

Per educare anziché porre l'attenzione su quello che di sbagliato fanno i nostri figli, si dovrebbe sottolineare ciò che di bello, positivo e creativo fanno.

Invece, purtroppo, diamo le cose migliori per scontate.

Di fronte a un bel voto pensiamo che abbia fatto solo il suo dovere, di fronte a un’insufficienza, pensiamo sia giusto sottolineare l'insuccesso, come se noi, bambini castigati da genitori educati a loro volta a castigare, fossimo adulti perfetti.





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