Amo, non amo. Mi amo, non mi amo!
Può accadere improvvisamente!
Così, quasi senza accorgercene, di
passare un giorno davanti allo specchio, oppure vedendoci in una fotografia di
avvertire una discrepanza tra ciò che siamo e ciò che ci immaginavamo di essere
o avremmo voluto essere.
Qualunque sia la nostra immagine, bella
o brutta, il punto sta nel non percepirsi da dentro, ma essersi abituate a
vedersi attraverso gli occhi e i giudizi degli altri. Possono allora scattare
quei comportamenti «punitivi» utili a darci la colpa per non essere come noi
vorremmo o come gli altri si aspetterebbero che fossimo.
Perché la lista di persone da accontentare, se
tendiamo ad essere compiacenti delle richieste altrui, può essere
pericolosamente lunga:
- 1. genitori che non
possiamo deludere opporre ai quali dover dimostrare di valere più di quanto ci
hanno fatto credere che valessimo;
- 2. partner scelti
con la convinzione che ci avrebbero sostenut*, aiutat*, capit*, ma che hanno
solamente confermato e rafforzato le nostre indecisioni;
- 3. colleghi a cui
succede sempre qualcosa di meglio di quanto succeda a noi e nonostante questo,
sono sempre pronti a contestare, giudicare, inveire contro le nostre azioni.
Comprendere cosa ci spinga verso la
ricerca di consensi, è un viaggio, un viaggio in un groviglio di ricordi ed
emozioni, alla fine del quale, scrive Renate Gockel: «Il conoscersi e
riconoscersi consente di sperimentare altre vie di comportamento più adulte e
mature (…) chiarendo il legame con la nostra parte bambin*» quella che ci
spinge a cercare l’approvazione esterna ma che dovrebbe invece essere dentro di
noi.

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