Le comunicazioni aggressive sui social. Ciò che di persona non sapremmo, vorremmo, potremmo mai dire.
Si discute spesso. Le occasioni, d’altra parte non
mancano. In coda il solito «furbacchione» che prova a passarci davanti, quel
parcheggio puntato da tempo che ci viene sottratto sotto il naso dall’ultimo
arrivato, il tuttologo che conosce tutto di ogni argomento e mette in
discussione ogni singola parola, che riguarda una professione che magari
esercitiamo da anni.
Sui social network chi ha bisogno di un pubblico per
le sue esternazioni da onnisciente, ha indubbiamente trovato un buon
palcoscenico.
E a voler osservare con distacco, ciò che viene detto,
postato, contestato, criticato e giudicato, si potrebbe trascorre il tempo
facendosi una discreta idea, di come sia cambiata nel corso degli anni la
comunicazione e non mi riferisco ai mezzi, ma piuttosto alla modalità.
Raramente mi faccio coinvolgere da discussioni. Non
perché non abbia idee sugli argomenti che sono fonte di controversia, ma perché
ho l’impressione che il «confronto» di questo tipo non abbia nulla a che vedere
con la voglia di capire il punto di vista dell’altro.
Il fenomeno sociale delle comunicazioni dei social è
ormai da tempo campo di interesse della psicologia sociale e sono già stati
pubblicati diversi studi in merito, esaustivi, interessanti.
Ultimamente ho seguito alcuni post in cui la
discussione imperversava con toni «pesanti» al limite del buon gusto, lontani
dal rispetto e mi sono chiesta cosa spingesse le persone all’acidità
relazionale.
A parte i polemici per protezione, che se non fossero
oppositivi non riuscirebbero a trovare altro modo di stare nelle relazioni e
che sono «sostenuti» e «approvati» dai soliti 5-7 amici virtuali che se la
contano per giorni e giorni ripetendosi nei concetti e rafforzandosi nella
propria autoconvinzione, l’umanità di Fb dà il meglio di sé nell’espressione
delle infinite polemiche pseudo-sociali.
Ci mostra come siamo, come non riusciamo più a stare
nel conflitto e nella diversità e come sia facile, molto più facile, puntare il
dito contro gli altri che riconoscere responsabilità proprie.
Ci sono così persone con le quali discutere è
soprattutto un modo per trascorrere il tempo.
Non che sia negativo, purché sia chiaro che non si
tratta di un confronto sano e alla pari, perché l’altro, non è capace di
tornare sulle proprie posizioni. Sono quelli che vogliono sempre l’ultima
parola, nel caso dei social network, l’ultimo post.
La comunicazione richiedere una discreta capacità di
gestire le emozioni per non cadere nella trappola della provocazione e della
generalizzazione.
È tuttavia vero che a volte il nostro interlocutore
usa parole o frasi che a noi risuonano in modo allarmante, ponendoci in una
situazione di difficile. Qualche tempo fa accettai l’amicizia di un uomo.
Avevamo amicizie in comune e seguivo ciò che scriveva senza interloquire con
lui con qualcosa di più di un «mi piace». Insomma era una di quelle amicizie
virtuali come ce ne sono tante. Un giorno però leggendo un suo post mi venne
una gran voglia di rispondere per le rime.
Le conseguenze furono la cancellazione dell’amicizia
(lui, cancellò me). Provai un senso di irritazione, perché non è la modalità
che uso per gestire le relazioni, ma gli riconobbi il diritto di farlo e
l’episodio, con il passare del tempo, venne quasi del tutto dimenticato. Finché
un giorno, mettendo a posto vecchie fotografie a casa di mia madre, ne trovai
una, scattata all’epoca del liceo e compresi perché quel post, a cui avevo
risposto con aggressività, era stato per me così significativo. L’uomo in questione,
me ne aveva ricordato un altro, con cui non avevo avuto buoni
rapporti e ciò aveva, probabilmente innescato, la mia esagerata reazione.
Sul social questo avviene continuamente. Immagini,
modi di dire, giudizi… tutto si mixa tra passato e presente risvegliando
ricordi e creando rotture verso questi amici che ci ricordano «persone» che in
passato hanno creato strappi mai ricuciti.
Allo stesso modo chi punta il dito verso: l’obesità o
la magrezza, il vegano o l’onnivoro, il genitore o l’insegnante, il bambino o
l’anziano, l’animale o l’uomo… spesso sta conducendola sua personale battaglia
verso cicatrici interiori. È così fortemente orientato nel proteggersi da non
riuscire ad «ascoltare», da non essere nella condizione di accettare la
posizione dell’altro.
Rinunciare a discutere con loro, quando possibile,
equivale ad aiutarli a non perdere l’equilibrio costruito attorno al loro mondo
fatto di parole che non possono permettersi di mettere in discussione.

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